Assegno di divorzio, chi ne ha diritto e perché?

L’assegno di mantenimento in sede di divorzio, ovvero, più correttamente, l’assegno divorzile o post-matrimoniale, è un’erogazione di natura economica, il cui importo viene stabilito da un giudice o, se vi è accordo, discusso direttamente dai coniugi, come nel caso di divorzio su domanda congiunta. Si tratta in ultima analisi della somma di denaro che uno dei coniugi, quello più abbiente, deve versare all’altro, periodicamente, purché ricorrano specifiche condizioni, e che può variare in modo evidente a seconda della situazione concreta. Di recente sono state proposte alcune modifiche alla normativa da discutere in sede parlamentare.

Quali aspetti si considerano?

Nel processo di determinazione dell’idoneità a ricevere l’assegno entrano in gioco molteplici criteri, che spaziano dal contributo alla formazione del patrimonio, sia personale che familiare, alle probabilità di reddito futuro, passando per l’età del coniuge e la durata dell’unione matrimoniale. Il quadro viene completato poi dalle valutazioni inerenti al livello di formazione professionale da parte del coniuge più “debole”.

Il mantenimento della moglie, o del marito nel caso si trovi lui senza lavoro, non sarà definitivo e l’assegno, secondo la normativa, verrà meno in caso di unione civile, nuovo matrimonio o anche convivenza stabile. Inoltre al mutare delle circostanze che ne hanno giustificato il riconoscimento ne potrà essere modificato l’importo o escluso totalmente.

A differenza dell’assegno di mantenimento in sede di separazione, l’assegno divorzile non è più volto a garantire il “precedente tenore di vita”, come precisato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, dapprima con la sentenza numero 11504/ 2017, che addirittura era giunta ad individuare come presupposto dell’erogazione la mancanza di autosufficienza economica, e , successivamente, con la pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 1828/2018, che ha configurato l’assegno post matrimoniale come non connesso all’autosufficienza ma a uno squilibrio economico rilevante tra le parti, conseguente alle scelte adottate nell’interesse della famiglia, e adeguato al contributo fornito alla vita familiare, tenendo conto dei sacrifici delle aspettative professionali ed economiche fatti in funzione del comune interesse familiare.

Divorziare di comune accordo

Quando si è in accordo totale sui termini è possibile ricorrere al divorzio consensuale, più propriamente divorzio congiunto, una procedura giudiziale avviata dagli stessi coniugi che porta allo scioglimento del loro matrimonio. Durante la definizione dei termini, vengono discussi vari punti, come: assegnazione della casa, affidamento e mantenimento dei figli e appunto un eventuale mantenimento della moglie o del marito, a seconda delle circostanze. L’iter in tribunale risulta essere molto più snello e le udienze si riducono a una, con la successiva pubblicazione della sentenza di divorzio.

In caso di accordo, è possibile ottenere il divorzio non solo presso il Tribunale di riferimento ma anche

  • tramite negoziazione assistita
  • a determinate condizioni, presso il proprio Comune di residenza, con dichiarazione resa al Sindaco in veste di ufficiale di stato civile (divorzio amministrativo)

In ogni caso per evitare errori è sempre meglio rivolgersi a un avvocato specializzato che possa seguire nel dettaglio ogni passaggio.

Procedura in assenza di figli

In presenza di un divorzio senza figli non sarà dovuto l’assegno di mantenimento per la prole ma in caso, solamente l’assegno divorzile. I presupposti sono sempre gli stessi, ovvero una evidente disparità economica tra i due coniugi coinvolti, specialmente se il coniuge più debole non ha la possibilità di migliorare la propria condizione in futuro. I motivi possono essere molteplici, dalla mancata formazione scolastica all’età avanzata, considerando anche il tempo dedicato alla famiglia e perciò lontano dal lavoro.

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