Adozione e parto anonimo: consentito al figlio l’accesso ai dati sulla salute della madre biologica

Adozione e parto anonimo: consentito al figlio l’accesso ai dati sulla salute della madre biologica

 (Cass. Civ., sez. I, ordinanza n. 22497 del 9 agosto 2021)

In questa pronuncia la questione sottoposta all’esame della Suprema Corte pone a confronto il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini, previsto dall’art. 28, commi 5 e 6 della l. 184/1983, e il diritto all’anonimato della madre biologica, che abbia dichiarato al momento del parto di non voler essere nominata nell’atto di nascita, sancito dall’art. 28, comma 7, l. 184/1983, dall’art. 30 del D.P.R. n. 396/2000 e dall’art. 93, commi 2 e 3, del D.Lgs. n. 196/2003.  

La Corte di Cassazione, nel bilanciamento dei due opposti diritti fondamentali, distingue tra le informazioni riguardanti l’identità e quelle relative alla salute della madre biologica, ritenendo le prime accessibili al figlio solo previo interpello della madre stessa, se nelle condizioni di esprimere il proprio consenso, e le seconde accessibili a prescindere dalla volontà o meno della madre di restare nell’anonimato, purché con riferimento a specifici dati sanitari e con modalità tali da evitare l’identificabilità della madre biologica.

Il fatto. P.A., adottata a seguito del mancato riconoscimento da parte dei genitori naturali e di dichiarazione della madre di non voler essere nominata nell’atto di nascita, ricorreva al Tribunale di Trieste per essere autorizzata a conoscere l’identità della madre biologica, previo interpello della stessa, affinché manifestasse la volontà di rimuovere il segreto o permanere nell’anonimato. In subordine, per l’ipotesi di mancato accoglimento della domanda proposta in via principale, chiedeva di poter accedere alle sole informazioni di carattere sanitario della madre biologica.

Il Tribunale di Trieste rigettava l’istanza e P.A. proponeva reclamo innanzi alla Corte d’Appello di Trieste, che confermava la statuizione del primo giudice, poiché a causa delle condizioni psico-fisiche la madre biologica, ormai novantenne, invalida al 100 % e con depressione bipolare, non sarebbe stata in grado di esprimere il consenso o meno a rivelare la propria identità alla figlia e questo, ad avviso della Corte di merito, precludeva l’accoglimento della domanda di accesso anche nella forma subordinata, limitata ai dati sanitari della madre.

Avverso il decreto della Corte d’appello di Trieste P.A. proponeva ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., comma 7, dolendosi, in particolare, con il settimo e ottavo motivo, del rigetto della domanda subordinata di accesso alle sole informazioni sulla salute della madre biologica.

La Suprema Corte ripercorre gli approdi giurisprudenziali e legislativi che hanno condotto all’attuale disciplina del diritto alle origini e del diritto anonimato della madre biologica:

il diritto di ciascuno di conoscere le proprie origini trova la sua prima consacrazione nella Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, ratificata in Italia con l. n. 176/1991, e nella Convenzione dell’Aja sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale del 29.5.1993, ratificata in Italia con l. n. 476/1983; 

l’impegno assunto in sede internazionale ha trovato, poi, attuazione con la modifica dell’art. 28, l. 184/1983, che, nel testo introdotto dalla l. n. 149/2001: riconosce, ai commi 5 e 6, il diritto dell’adottato che abbia raggiunto l’età di 25 anni, o anche solo la maggiore età in caso di gravi e comprovati motivi attinenti la sua salute psico-fisica, di accedere alle informazioni concernenti le proprie origini e l’identità dei genitori biologici, sempre che ciò non comporti grave turbamento dell’equilibrio psico-fisico del richiedente (l’adottato); esclude, nel comma 7, l’accesso alle informazioni per l’adottato  non riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo;

il diritto all’anonimato è stato in seguito ribadito dal D.P.R. n. 396/2000, art. 30 e dal D.l.gs. n. 196/2003, art. 93, commi 2 e 3: viene previsto il diritto della madre di non essere nominata e  consentito l’accesso al certificato di assistenza del parto e alla cartella clinica, se comprensivi di dati che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, solo decorsi cento anni dalla loro formazione ovvero prima solo osservando le dovute cautele per evitare l’identificazione della madre;

successivamente la l. n. 196/2003, art. 177, comma 2, ha modificato l’art. 28, comma 7, l. 184/1983 (“l’accesso alle informazioni non è consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata ai sensi del D.P.R. n. 396/200”), norma in seguito dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, con la pronuncia additiva n. 278/2013, nella parte in cui non prevede la possibilità per il giudice di interpellare la madre biologica su richiesta del figlio adottivo per verificare l’attualità o meno della volontà della donna di mantenere l’anonimato, con un procedimento di interpello stabilito dalla legge e  idoneo a garantire la massima riservatezza.  Ciò in quanto, osserva la Corte, è irragionevole l’irreversibilità del segreto conseguente alla scelta dell’anonimato operata dalla madre partoriente;

nel 2017, le Sezioni Unite (Cass. n. 1946/2017) hanno, poi, precisato che, pur nell’assenza di un intervento del legislatore recante la disciplina del procedimento di interpello, come richiesto dalla Corte Costituzionale nella pronuncia sopra citata, i Giudici ben possono dar seguito alle richieste di accesso alle origini avanzate dai figli nei confronti della madre biologica che abbia scelto l’anonimato e interpellare la donna con modalità pratiche individuate dallo stesso giudice purché idonee ad assicurare la massima riservatezza, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile nel caso in cui, a seguito dell’interpello, permanga il diniego della madre biologica di svelare la propria identità;

inoltre, nell’eventualità in cui la madre biologica che ha partorito in anonimo deceda prima che siano decorsi cento anni dalla formazione del certificato di assistenza al parto e dalla cartella clinica sussiste il diritto del figlio di accedere alle informazioni sulle proprie origini biologiche (purché senza pregiudizio di terzi eventualmente coinvolti) poiché altrimenti si avrebbe una cristallizzazione della scelta della madre anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto del figlio (per impossibilità di espletare l’interpello della madre), in contrasto con la reversibilità del segreto e l’affievolimento, se non la scomparsa, delle ragioni di protezione che l’ordinamento ha ritenuto sussistenti durante la vita della madre (Cass. n. 15024/2016; Cass. n. 22838/2016; Cass. n. 3004/2018);

con sentenza n. 6963/2018 la Corte di Cassazione ha, poi, avuto modo di chiarire che l’adottato, nei casi di cui all’art. 28, comma 5, l. 184/1983, ha diritto non solo di accedere all’identità dei genitori biologici ma anche a quella dei fratelli e sorelle biologici, previo interpello di quest’ultimi con procedimento giurisdizionale idoneo a tutelare la riservatezza dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso o il diniego, che sarà impeditivo dell’esercizio del diritto dell’adottato.

Con riferimento alle informazioni sanitarie della madre biologica necessarie per la tutela della salute  del figlio o di un suo discendente la Suprema Corte richiama, infine, la sentenza n. 278/2013, nella quale la Corte Costituzionale riconosce la necessità di tutelare il diritto alla salute del figlio, anche in relazione alle più moderne tecniche diagnostiche basate su ricerche di tipo genetico e desume in tal caso le modalità procedimentali dal D.lgs. n. 196/2003, art. 93, a tenor del quale prima del decorso dei cento anni, la richiesta di accesso al certificato di assistenza al parto (ora “attestazione di avvenuta nascita”) o alla cartella clinica della partoriente può essere accolta relativamente ai dati relativi alla madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata osservando le dovute cautele  per evitare che questa sia identificabile: si tratta, aggiunge la Corte, di informazioni non identificative, riguardanti le anamnesi familiari, fisiologiche e patologiche, con particolare riferimento all’eventuale presenza di malattie ereditarie trasmissibili.

Tenuto conto di quanto sopra, la sentenza, nel  rigettare, i primi sei motivi di ricorso, evidenzia che: le esigenze di tutela della riservatezza della madre biologica impongono e giustificano il fatto che il fascicolo rimanga nell’esclusiva disponibilità del giudice e che sia consentito all’istante di estrarre copia solo del proprio ricorso; nonostante l’abrogazione, con D.lgs. n. 101/2018, del D.lgs. n. 196/ 2003 art. 177, permangono la tutela del parto anonimo e il disposto dall’art. 93 del D.lgs n. 196/2003, sebbene come interpretato dalla Corte Costituzionale; la necessità di consentire l’accesso alle proprie origini biologiche solo a condizione che non procuri  “grave turbamento dell’equilibrio psico-fisico del richiedente” (l’adottato), come previsto dall’art. 28, comma 6, l. n. 184/1983, riguarda anche la madre biologica, pertanto va escluso l’accesso, per impossibilità dell’interpello, nell’ipotesi in cui la madre biologica non sia in grado di manifestare una scelta consapevole, pur non essendo soggetta a procedure di interdizione, inabilitazione o amministrazione di sostegno; il procedimento di interpello non è stato ancora oggetto di disciplina legislativa ma regolato sulla base delle prassi  elaborate da Tribunali e Corti e gli accertamenti necessari per l’interpello possono essere svolti anche dalla polizia giudiziaria, non necessariamente dai servizi Sociali o dal giudice onorario delegato.

Meritevoli di accoglimento, a parere della Suprema Corte, sono invece, sono il settimo e l’ottavo motivo di ricorso.

Secondo il giudice di legittimità, infatti, la domanda di accesso alle informazioni sulla salute della madre riguardanti le anamnesi familiari, fisiologiche e patologiche, con particolare riferimento all’eventuale presenza di malattie ereditarie trasmissibili, è ulteriore e distinta rispetto a quella di puro accesso alle origini, in quanto ha come finalità la tutela della vita o della salute del figlio adottato o di un suo discendente.

Limitatamente a tali informazioni il diritto di accesso del figlio va tutelato senza necessità di previo interpello della madre biologica che abbia dichiarato di non voler essere nominata,  purché con modalità tali da tutelare l’anonimato erga omnes della donna, come si evince dall’art. 93, D.lgs. n. 196/2003. La richiesta di consultazione, meramente cartolare, dei dati sanitari , quali ricavabili dal certificato di assistenza al parto o dalla cartella clinica della partoriente, potrà comportare, non potendosi consentire un accesso indiscriminato al documento sanitario in oggetto, un diritto di accesso sulla base di un quesito specifico, non esplorativo, relativo a specifici dati sanitari e con l’osservanza di tutte le cautele necessarie a garantire  la massima riservatezza e quindi la non identificabilità della madre biologica.

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