Separazione e assegno di mantenimento: non spetta alla moglie che rifiuti offerte di lavoro solo perché non all’altezza del proprio titolo di studio

Separazione e assegno di mantenimento: non spetta alla moglie che rifiuti offerte di lavoro solo perché non all’altezza del proprio titolo di studio

(Cass. Civ., sez. VI, ordinanza n. 5932 del 4 marzo 2021)

In questa pronuncia la questione sottoposta all’esame della Suprema Corte riguarda l’art. 156 c.c., norma che prevede, in caso di separazione, il diritto del coniuge di ricevere dall’altro quanto necessario per il proprio mantenimento “qualora non abbia redditi adeguati”. Secondo la Corte di Cassazione al fine di verificare l’adeguatezza dei redditi dell’obbligato non è sufficiente accertare se sussista o meno un divario economico tra i redditi delle parti . Pur in presenza di una disparità economica di rilievo occorrerà, anche, valutare la capacità di procurarsi redditi adeguati da parte del coniuge richiedente l’assegno, ma non sulla base di rilievi astratti, come il negare dignità al lavoro manuale o di assistenza alla persona, bensì tenendo conto di ogni fattore ambientale e individuale. Ne consegue che potrà escludersi l’attitudine a lavorare del coniuge richiedente l’assegno pur nell’ipotesi in cui questi abbia ricevuto offerte di lavoro solo se il loro rifiuto sia motivato, ossia fondato su ragioni concrete che rendevano la proposta di lavoro inaccettabile, e non determinato da valutazioni astratte ed ipotetiche.                                                                                       

Il fatto. Con sentenza del 7 maggio 2019 n. 298 la Corte d’appello di Trieste rigettava l’appello proposto dal marito avverso la sentenza di primo grado che aveva dichiarato la separazione personale tra i coniugi e confermato, per quel che qui interessa, l’assegno di mantenimento in favore della moglie.

A sostegno di tale decisione la Corte d’appello osservava che sussisteva un rilevante squilibrio economico tra i coniugi a favore del marito, che le attitudini lavorative della moglie andavano ricondotte alla sua laurea in farmacia e che, quindi, la richiedente l’assegno non poteva essere mortificata con possibili occupazioni inadeguate, “non potendosi pretendere che una donna quarantottenne, laureata, che aveva goduto di un livello di vita invidiabile “ poi “ sia condannata al banco mescita o al badantato”.

Avverso la pronuncia della Corte d’appello proponeva ricorso per cassazione il marito, lamentando, tra l’altro, la mancata considerazione da parte del giudice dell’impugnazione del fatto che la moglie aveva sempre rifiutato i lavori propostile dal marito e la errata interpretazione dell’art. 156 c.c., essendo questo volto ad assicurare non già lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio ma  un contributo al coniuge economicamente più debole a condizione che si sia attivato nella ricerca di un lavoro e non sia rimasto inerte, rifiutando, come nel caso in esame, le possibilità lavorative proposte dal marito.  

La Corte di Cassazione censura la sentenza della Corte d’appello nella parte in cui afferma l’irrilevanza della ricerca del lavoro come fonte di reddito e giustifica il rifiuto di impiego quando non esattamente adeguato al titolo di studio e alle aspirazioni individuali del coniuge che richiede l’assegno di mantenimento.

Secondo la Suprema Corte, infatti, in tema di separazione personale e ai fini delle statuizioni in materia di mantenimento del coniuge è necessario tener conto dell’attitudine al lavoro proficuo ossia della potenziale capacità di guadagno dei coniugi.

Il Giudice, prosegue la Corte, dovrà accertare l’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa, tenendo conto di tutti i fattori ambientali e individuali e non anche di rilievi astratti come negare dignità al lavoro manuale e di assistenza alla persona.

Sarà necessario, quindi, accertare se il coniuge abbia la possibilità di acquisire professionalità diverse e ulteriori rispetto a quelle già possedute, oppure se abbia ricevuto proposte di lavoro successivamente alla separazione, se avrebbe potuto in concreto procurarsi una specifica occupazione, se si sia attivato concretamente alla ricerca di un’occupazione lavorativa.

In presenza di offerte di lavoro occorrerà valutare i singoli impieghi reperiti e proposti e verificare se il loro rifiuto sia davvero giustificabile, poiché effettivamente inaccettabile e inadeguato per il coniuge richiedente l’assegno. Solo in tal caso potrà ritenersi raggiunta la prova del diritto di non compiere tali lavori, non potendosi ammettere l’esistenza di un diritto del coniuge richiedente di non reperire un’attività lavorativa reputata inferiore.

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