Divisione comunione de residuo: irretroattivo l’art. 3, l. 55/2015 per i giudizi di divisione in corso all’entrata in vigore della legge.

Assegno divorzile una tantum: non preclude al beneficiario le pretese patrimoniali derivanti dallo scioglimento della comunione. 

(Cass. Civ., sez. I, sentenza n. 4492 del 19 febbraio 2021)

In questa pronuncia la Suprema Corte interviene sulla questione, priva di precedenti, concernente il decorso del termine di prescrizione dell’azione di accertamento e divisione della comunione, nei casi in cui il relativo giudizio sia stato promosso prima e sia ancora pendente al momento dell’entrata in vigore della l. 55/2015, che ha modificato il regime di insorgenza dello scioglimento della comunione legale tra i coniugi.

La Corte, inoltre, ha occasione di soffermarsi sull’istituto dell’assegno divorzile corrisposto in unica soluzione e sulle sue conseguenze sui rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi, con riferimento alla cessazione del regime patrimoniale di comunione legale. 

In particolare, nel caso specifico sottoposto al vaglio della Corte, la questione riguardava il diritto del coniuge alla metà della comunione de residuo ovvero di quei beni che entrano nella comunione  tra i coniugi solo allo scioglimento della comunione e a condizione che non siano stati consumati prima di tale momento, quale il saldo del c/c intestato ad uno dei coniugi  nel quale siano confluiti i proventi della sua attività separata (stipendio, reddito da lavoro autonomo, tfr riscosso e non ancora consumato, ...).                                                                                       

Il fatto. Successivamente alla pronuncia di divorzio, la moglie A.R., dopo aver ottenuto sequestro conservativo ante causam, adiva il Tribunale di Roma affinché accertasse l’entità dei beni in comunione de residuo (si trattava dei proventi percepiti e non consumati dal marito C.M. al momento dello scioglimento della comunione legale, accreditati su c/c acceso all’estero e intestato fiduciariamente al figlio Ce.Ma. di prime nozze del marito, con riserva di potere gestorio aI C.M.) e assegnasse alla moglie la quota del 50 % di tali somme.

Il Tribunale con sentenza parziale respingeva le eccezioni di inammisibilità e prescrizione della domanda sollevate dal marito e rimetteva la causa sul ruolo per l’integrazione del contraddittorio nei confronti del figlio (il Tribunale successivamente dichiarava estinto il giudizio).

Avverso tale pronuncia proponeva appello il marito e la Corte d’appello di Roma confermava la decisione del Giudice di primo grado, rilevando che l’accordo intercorso tra gli ex coniugi di pagamento dell’assegno divorzile in unica soluzione non determinava l’inammissibilità della domanda di regolamentazione dei rapporti patrimoniali conseguenti alla cessazione della comunione legale; escludeva la natura omnicomprensiva di un atto di transazione inter partes, stipulato il 24.3.2004 successivamente alla pronuncia di divorzio; riteneva non maturato il termine di prescrizione decennale al momento del promovimento dell’azione; riconduceva nell’ambito della comunione de residuo il saldo attivo del conto corrente nel quale siano confluiti i proventi dell’attività del marito.

Il marito C.M. proponeva, dunque, ricorso per cassazione con cinque motivi, lamentando 1) l’inammissibilità dell’azione di accertamento della comunione de residuo proposta dalla ex moglie, avendo le parti optato per la corresponsione una tantum dell’assegno divorzile; 2) l’erronea interpretazione dell’atto di transazione del 24.3.2004; 3) l’avvenuta prescrizione della pretesa patrimoniale della moglie; 4) la non riconducibilità nell’ambito della comunione de residuo del saldo del c/c nel quale siano confluiti i proventi dell’attività di un coniuge ; 5) la mancata declaratoria di inefficacia del sequestro conservativo ante causam in conseguenza dell’estinzione del successivo giudizio di merito.

La Corte, dichiarata l’infondatezza del primo e quarto motivo di ricorso, l’inammissibilità del secondo e terzo, accoglieva il ricorso limitatamente al quinto motivo e cassava la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello in diversa composizione.    

Il giudice di legittimità procede, innanzitutto, ad una breve disamina delle caratteristiche degli istituti dell’assegno divorzile e della comunione de residuo.

Osserva la Corte che la comunione de residuo, o differita o eventuale, prevista dall’art. 177 c.c., lett b) e c) e dall’art. 178 c.c., è costituita da beni (frutti dei beni propri, i proventi dell’attività separata di ciascun coniuge, beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi, costituita dopo il matrimonio, e gli incrementi di impresa, pur costituita prima) solo se ancora esistenti al momento dello scioglimento della comunione legale. Il coniuge ha diritto alla metà del residuo (prima dello scioglimento della comunione, dunque, non potrà avanzare alcuna pretesa sui beni indicati dalle norme sopra citate; dopo lo scioglimento della comunione potrà chiedere l’assegnazione di tali beni purché ancora esistenti e non già consumati).

La Suprema Corte, dunque, dopo aver rilevato la triplice finalità, assistenziale, compensativa, perequativa, dell’assegno divorzile, come riconosciuta da Cass. SU n. 18287/2018, si sofferma sull’art. 5, comma 8, della Legge sul divorzio, che prevede la possibilità di liquidare l’assegno in unica soluzione, in denaro ovvero mediante il trasferimento di proprietà o di altro diritto reale, se ritenuto equo dal tribunale.

Tale norma dispone che “in tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico”.

Il ricorrente invoca l’art. 5, c. 8, l. 898/1970 per affermare che nel caso in cui l’assegno divorzile sia liquidato in unica soluzione deve ritenersi definita ogni questione relativa ai rapporti economici tra i coniugi, incluse quelle conseguenti alla cessazione della comunione legale tra i coniugi.

Secondo gli Ermellini, invece, le domande di contenuto economico che il beneficiario dell’assegno divorzile una tantum non potrà in futuro avanzare sono soltanto quelle volte ad ottenere un assegno periodico o un contributo meramente alimentare poiché il diritto all’assegno divorzile è definitivamente soddisfatto: i diversi presupposti e finalità dei due istituti implicano, infatti, che la preclusione di future pretese economiche non comprende, anche, quella relativa alla quota di beni caduti in comunione, nel caso in esame  de residuo.

Con riferimento al quarto motivo, dichiarato infondato, la Corte, nel richiamare propri precedenti giurisprudenziali (Cass. 19567/2008; Cass. 4393/2001) ribadisce, poi, che deve intendersi compreso  nella comunione de residuo  anche il saldo attivo del c/c , intestato in regime di comunione legale soltanto ad uno dei coniugi e nel quale siano affluiti i proventi dell’attività separata svolta dallo stesso, se ancora sussistente  al momento dello scioglimento della comunione legale dei beni, con insorgenza, solo da tale epoca di una titolarità comune dei coniugi sul saldo.

La pronuncia in esame è l’occasione, infine, per enunciare il principio di diritto ai sensi dell’art. 363, comma 3, con riferimento ad una questione su cui non vi sono precedenti, ossia il decorso del termine decennale di prescrizione dell’azione di accertamento e divisione della comunione de residuo nel caso in cui il relativo giudizio fosse in corso al momento dell’entrata in vigore della l. 55/2015.

La l. 55/2015, art. 2, ha infatti, anticipato, rispetto al passato, lo scioglimento della comunione legale, conseguente a separazione personale tra i coniugi, al momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati o, in caso di separazione consensuale,  alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purché omologato. Il termine di prescrizione dell’azione di divisione della comunione decorre, quindi, da tale momento. Ma questo vale anche per i procedimenti di divisione già proposti e ancora in corso al momento dell’entrata in vigore della Novella del 2015?

Secondo il ricorrente, poiché la l. 55/2015, art. 3, prevede che “ le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data”, l’azione di divisione della comunione de residuo promossa dalla ex moglie  era stata esercitata quando già era spirato il termine di prescrizione, poiché il giudizio di divisione era in corso alla data di entrata in vigore della Novella del 55 ed era stato promosso quando già erano decorsi più di dieci anni dal momento di scioglimento della comunione, individuato ai sensi dell’art. 2, l. 55/2015.

Di diverso avviso il Giudice di legittimità, che esclude che per “procedimenti in corso” possano intendersi giudizi diversi da quello di separazione e divorzio, quale il giudizio di divisione della comunione, poiché in tal modo si applicherebbe retroattivamente una disciplina che ha anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra coniugi a situazioni, quale appunto il giudizio di divisione, in cui quei provvedimenti, cui ora consegue lo scioglimento della comunione, erano intervenuti oltre dieci anni prima, in violazione del principio di irretroattività della legge.

Pertanto “In materia di comunione legale tra coniugi, la disposizione transitoria di cui alla L. 6 maggio 2015, n. 55, art. 3, legge con la quale è stato anche modificato il regime del momento di insorgenza della cessazione della comunione dei beni tra i coniugi, con introduzione dell’art. 191, c.c., nuovo comma 2, laddove dispone l’applicazione della Novella “ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge”, deve essere intesa, incidendo sul termine di prescrizione dell’azione, come non operante per il procedimento di divisione de residuo, che sia già in corso al momento dell’entrata in vigore della Riforma 2015, in coerenza con il principio di irretroattività dettato dall’art. 11 preleggi”.

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