Posso separarmi anche se il mio coniuge non vuole?

Prima della separazione un coniuge può costringere l’altro a lasciare l’abitazione coniugale?

In assenza di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria un coniuge non può imporre all’altro di lasciare l’abitazione coniugale. In caso di estromissione il coniuge ben potrebbe tutelare la propria posizione innanzi alle competenti Autorità Giudiziarie, ad esempio esperendo le azioni a tutela del possesso previste dall’art. 1168 c.c.. Non solo ma potrebbe addirittura configurarsi un’ipotesi di reato di volenza privata, ex art. 650  c.p.c..

Posso separarmi anche se il mio coniuge non vuole?

Per avere la separazione coniugale non occorre il consenso dell’altro coniuge. L’art. 151 c.c. prevede che la separazione possa essere richiesta qualora, anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi, si verifichino fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. A tal fine, secondo la giurisprudenza, rileva anche la mera disaffezione al matrimonio da parte di un solo coniuge tale da rendere incompatibile la convivenza.

In altri termini, per avere la separazione basta volerla, anche perché il rapporto coniugale è incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge.

Cosa devo fare se il mio coniuge non vuole assolutamente separarsi?

Non potrò ricorrere alla negoziazione assistita né procedere con un ricorso per separazione consensuale ma dovrò depositare in Tribunale un ricorso per separazione giudiziale, incardinando un procedimento che si concluderà con una sentenza, che dichiarerà la separazione (salvo che con sentenza non definitiva, non sia stata già dichiarata dopo la prima udienza) e detterà la disciplina quanto a collocamento dei figli, mantenimento dei figli, affidamento della prole, mantenimento del coniuge e assegnazione della casa coniugale.

E se io e il mio coniuge vogliamo separarci ma, pur volendolo, non riusciamo ad arrivare ad un accordo?

Talvolta i coniugi potrebbero addivenire ad una soluzione condivisa del conflitto ma ciò è impedito dall’alta conflittualità e dall’incapacità di comunicare tra loro. In tal caso è’ possibile tentare la strada della mediazione familiare, che è un intervento, svolto da professionisti, anche avvocati, con specifica formazione, avente come obiettivo quello di agevolare e favorire il dialogo tra i coniugi, ristabilire la comunicazione tra loro al fine di arrivare ad una soluzione concordata del conflitto familiare, tenendo conto degli effettivi bisogni di ognuno.

L’accordo raggiunto in sede di mediazione sarà, poi, formalizzato, con l’ausilio del proprio avvocato, in via stragiudiziale in sede di negoziazione assistita oppure mediante ricorso per separazione consensuale, volto ad incardinare un procedimento che si concluderà con il decreto di omologa dell’accordo da parte del Tribunale.

Non abbiamo figli ma il mio coniuge è indigente: ha diritto all’assegnazione della casa coniugale di cui sono proprietario?

L’indigenza del coniuge richiedente non è presupposto per l’assegnazione della casa coniugale. Presupposto è che il coniuge assegnatario sia colui presso il quale i figli sono collocati in via prevalente o conviva con i figli maggiorenni non indipendenti economicamente. L’interesse dei figli, infatti, è l’unico interesse rilevante ai fini dell’assegnazione della casa familiare, da identificarsi nell’immobile che, al momento della separazione, costituisce ancora il luogo in cui la famiglia vive.

Per separarmi serve sempre l’avvocato?

Se i coniugi sono d’accordo, non hanno figli minorenni, maggiorenni non autosufficienti economicamente o con handicap e a condizione che non siano previsti patti di trasferimento patrimoniali, è possibile concludere un accordo di separazione o divorzio innanzi all’Ufficiale di Stato Civile, senza necessità di essere assistiti da un avvocato.

Io e il mio coniuge vogliamo separarci: possiamo avere un solo avvocato?

Se i coniugi che intendono separarsi hanno raggiunto un accordo, circa mantenimento, collocamento e affidamento dei figli, assegno di mantenimento a carico dell’uno o dell’altro coniuge ovvero assegnazione della casa coniugale possono incaricare un solo avvocato affinché provveda a depositare in Tribunale ricorso per separazione consensuale, al fine di ottenere l’omologazione dell’accordo.

Se, invece, intendono separarsi mediante negoziazione assistita, ciascun coniuge dovrà avere un proprio avvocato.

In caso di dissidi successivi posso farmi assistere dallo stesso avvocato che ha curato la mia separazione?

Se i coniugi  hanno incaricato lo stesso avvocato per il loro ricorso per separazione consensuale , nell’eventualità in cui dovessero sorgere, in futuro, contrasti non sarà possibile, per ciascuno di essi, rivolgersi all’avvocato che ha seguito il procedimento di separazione consensuale ma dovranno incaricare un altro legale, in ossequio all’art. 68 Cod. deontologico forense: “l’avvocato che abbia assistito congiuntamente coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi”.

Il coniuge separato ha diritto ad una quota del TFR dell’altro coniuge?

Il diritto ad una quota del TFR spetta solamente, e a determinate condizioni, in caso di divorzio.

Se il TFR è liquidato quando i coniugi sono soltanto separati, l’altro coniuge non avrà alcun diritto e il beneficiario del TFR potrà disporne liberamente.

Pensione di reversibilità e separazione con addebito: spetta?

Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità del coniuge defunto, anche in caso di addebito e senza necessità di ulteriori condizioni. Trova applicazione l’art. 22 l. 903/1965, il quale non prevede quale requisito per ottenere la pensione di riversibilità la vivenza a carico al momento del decesso e lo stato di bisogno ma richiede unicamente l’esistenza del rapporto coniugale col coniuge defunto.

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