Affidamento condiviso: no tempi di frequentazione paritetici se contrari all’interesse dei figli (Cass. Civ., ordinanza n. 19323 del 17 settembre 2020)

Il fatto. Con decreto del 18.05.2018 la Corte d’Appello di Genova, in parziale modifica delle decisioni assunte in sede di affidamento condiviso dal Giudice di primo grado circa tempi e modi di permanenza del figlio minore presso il padre, stabiliva che il minore trascorresse week end alternati con i genitori e non ogni fine settimana ed ogni mercoledì con il padre come inizialmente deciso dal tribunale.

Inoltre, solo nelle settimane in cui non lo avrebbe avuto con sé durante il week end, il padre avrebbe potuto trascorrere con il figlio il martedì e il giovedì.

Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per cassazione il padre, il quale lamentava, tra l’altro, la violazione e falsa applicazione dell’art. 337-ter c.c. e deduceva che il principio di genitorialità e l’affidamento condiviso implicano necessariamente la determinazione di tempi di frequentazione tendenzialmente paritetici.

La Prima Sezione civile della Corte di Cassazione rigettava il ricorso con la pronuncia n. 19323/2020, condannando il ricorrente al rimborso delle spese di giudizio in favore della controricorrente.

In questa pronuncia la Suprema Corte torna ad affrontare la questione concernente la regolamentazione dei rapporti genitori-figli in caso di separazione o divorzio con figli minori ovvero di affidamento di figli nati al di fuori del matrimonio e, in conformità al prevalente orientamento giurisprudenziale in materia, sottolinea come non vi sia alcun automatismo tra affidamento condiviso e tempi di permanenza simmetrici e paritari con entrambi i genitori, essendo imprescindibile una previa e attenta valutazione di quello che è, nel singolo caso concreto, l’effettivo interesse del minore

Il giudice di legittimità ribadisce che criterio fondamentale, di cui deve tener conto il giudice nel momento in cui deve adottare provvedimenti relativi alla prole, è l’esclusivo interesse morale e materiale dei figli e che certamente la regola dell’affidamento condiviso è la scelta tendenzialmente preferenziale per garantire al minore un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, derogabile soltanto se risulti per lui pregiudizievole.

Al contempo, la Suprema Corte sottolinea come la regola della condivisione dei doveri di curare, istruire, educare e assistere moralmente la prole, che connota l’affidamento condiviso, non implica automatismi sul piano della concreta regolamentazione dei rapporti tra figli e genitori.

L’affidamento condiviso non esclude che il minore sia collocato in via prevalente presso uno dei genitori con uno specifico regime di visita per l’altro genitore, se ciò garantisce al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena.

In particolare, osserva la Corte, l’affidamento condiviso in mancanza di serie ragioni ostative deve comportare una frequentazione dei genitori tendenzialmente paritaria tuttavia, nell’interesse del minore, in presenza di serie ragioni (ad esempio ove la distanza fra i luoghi di vita dei genitori imponga al minore tempi e sacrifici che possono comprometterne gli studi, il riposo e la vita di relazione) il giudice può individuare un assetto di frequentazione differente.

Dalla pronuncia in esame si ricava che sta, dunque, alla discrezionalità del giudice individuare il concreto atteggiarsi dei rapporti genitori-figli, tenuto conto di una molteplicità di variabili, quali, oltre alla distanza tra i luoghi di residenza dei genitori, i loro impegni lavorativi, l’età dei figli (ad esempio se ancora in periodo di allattamento o meno), l’esistenza di un’abitazione dignitosa da parte di entrambi i genitori, ...

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