Divorzio: lo squilibrio reddituale tra gli ex coniugi non è sufficiente per avere l’assegno divorzile (Cass. Civ., sez. I, sentenza n. 24932 del 7 ottobre 2019)

Il fatto. Con sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale di Roma ha posto a carico dell’ex marito I.F.C., titolare di un reddito mensile di euro 8.000,00, l’obbligo di corrispondere alla ex moglie C.C., con reddito annuo di euro 25.0000 e canone di locazione di euro 675,00, un assegno divorzile di euro 400,00 mensili. Avverso tale pronuncia I.F.C. ha proposto appello innanzi alla Corte d’Appello di Roma, che ha rigettato il gravame, ritenendo sussistente il diritto all’assegno divorzile a causa del rilevante squilibrio reddituale tra le parti e tenuto conto dell’esigenza di garantire lo stesso tenore di vita matrimoniale. Contro la sentenza della Corte d’Appello I.F.C. ha proposto ricorso per Cassazione, che si è concluso con sentenza di accoglimento n. 24932/2019.

In questa pronuncia la Suprema Corte torna ad affrontare la questione della natura e delle ragioni giustificative dell’assegno divorzile.

 Il giudice di legittimità afferma, al riguardo, che l’art. 5, c. 6, L. 898 1970, laddove indica, come parametro per l’accertamento della sussistenza del diritto all’assegno divorzile, la “disponibilità dei mezzi adeguati” o “l’impossibilità di procurarseli”, non deve essere interpretato come finalizzato alla conservazione del tenore di vita matrimoniale, desumibile dal confronto reddituale tra i coniugi al momento della decisione.

La Suprema Corte nega che l’assegno divorzile abbia una mera funzione riequilibratrice dei redditi, quale funzione autonoma, dovendosi, piuttosto, riconoscere, oltre ad una finalità assistenziale anche una finalità compensativa o perequativa dell’assegno. In altri termini, lo squilibrio reddituale tra i coniugi non può giustificare di per sé il riconoscimento dell’assegno divorzile, in quanto occorre provare, con onere a carico del richiedente,  se tale sperequazione reddituale sia stata causata da scelte concordate di vita tra gli ex coniugi, in conseguenza delle quali uno dei coniugi abbia sacrificato aspettative professionali e reddituali per dedicarsi alla famiglia e contribuendo alla formazione del patrimonio personale dell’altro coniuge  o della famiglia. L’assegno si giustifica, dunque, in quanto volto a “compensare” l’altro coniuge delle rinunce e sacrifici fatti per la famiglia.  

La pronuncia in esame si colloca, dunque, nel solco tracciato dalle Sezioni Unite nella nota sentenza n.  18827 dell’11 luglio 2018.

In precedenza, e in seguito alla sentenze “gemelle” delle Sezioni Unite nn. 11490, 11491 e 11492/1990, l’assegno divorzile era riconosciuto ogni qualvolta il richiedente non avesse (o non potesse procurarsi) mezzi idonei a garantire il pregresso tenore di vita matrimoniale, coincidente con la situazione reddituale e patrimoniale della famiglia al momento della cessazione della convivenza.

Accertato tale presupposto, si procedeva, poi, a quantificare l’ammontare, in concreto, dell’assegno dovuto, tenendo in considerazione gli altri criteri previsti dall’art. 5 l. n. 898/1970 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico da ciascun coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, reddito di entrambi, da valutarsi in ragione della durata del matrimonio).

L’esigenza di tener conto dei mutamenti sociali e di evitare che l’assegno divorzile si traducesse in una rendita parassitaria oltre alla consapevolezza della differenza esistente tra la separazione, che non recide il vincolo coniugale, e il divorzio, che, invece, lo dissolve, hanno, successivamente, condotto la giurisprudenza, con sentenza n. 11504/2017 ad affermare che l’interesse tutelato dall’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche ma il raggiungimento dell’indipendenza economica. In tale ottica, i giudici merito erano, talora, giunti ad escludere il diritto all’assegno di divorzio in tutti i casi in cui si potesse ravvisare, da parte del richiedente, un livello minimo di retribuzione, equiparato a un reddito pari o superiore all’assegno sociale.

Una simile posizione prestava evidentemente il fianco a molteplici critiche, poiché si finiva per obliterare la storia familiare, che, nonostante il divorzio, nonostante il venir meno del vincolo coniugale, c’era stata e non poteva essere sottaciuta, soprattutto non potevano essere ignorati i sacrifici fatti da una parte durante la vita matrimoniale, dal coniuge debole che poteva aver investito tutta la propria esistenza nell’assolvimento dei compiti di cura familiari, rinunciando ad opportunità di carriera, per poi ritrovarsi, con il divorzio, privato di ogni forma di tutela.

Le Sezioni Unite del 2018, dunque, hanno confermato il superamento del criterio del tenore di vita  ma, ritenendo necessario considerare che le scelte assunte durante il matrimonio possono essere irreversibili anche dopo che il matrimonio sia venuto meno con il divorzio, hanno riconosciuto all’assegno divorzile una funzione composita, assistenziale- risarcitoria- compensativa.

Ne consegue che l’insussistenza di redditi non è condizione né sufficiente né necessaria per il riconoscimento dell’assegno divorzile: essa non è sufficiente se non è causata da scelte fatte in conseguenza del matrimonio; non è necessaria perché sussiste il diritto all’assegno di divorzio anche se il richiedente abbia l’autosufficienza economica ma vi sia un rilevante divario economico rispetto all’altro coniuge, purché tale divario sia derivato da scelte di vita fatte in conseguenza del matrimonio per contribuire alla formazione del patrimonio comune o a quello dell’altro coniuge.

Non solo, ma accertato ciò, occorrerà, anche, verificare se tale squilibrio economico sia, in concreto superabile, ovvero se il richiedente possa o menpo recuperare il pregiudizio professionale ed economico subito in conseguenza del matrimonio (ad esempio ricollocandosi nel mondo del lavoro.

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