Disconoscimento della paternità: come funziona e cosa si deve fare?

Il nostro ordinamento giuridico prevede la presunzione di paternità per i figli nati nel matrimonio ovvero “il marito è padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio” (art. 231 c.c.). L’azione di disconoscimento della paternità è finalizzata a rimuovere tale presunzione e dimostrare che non sussiste un rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre, quale risulta dall’atto di nascita, perché generato da altro uomo.

Essa va distinta dall’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, che è volta a contestare l’avvenuto riconoscimento di un figlio nato al di fuori del matrimonio.

Può accedere che una donna possa far credere al proprio compagno, o ne sia erroneamente convinta, che il figlio è biologicamente del marito, sebbene non sia così. Sono casi limite, che fanno cadere ogni rapporto di fiducia e che toccano con dolore le corde più intime di un essere umano. Per questo, se si vuole iniziare un procedimento di disconoscimento della paternità è basilare chiedere aiuto ad un avvocato di famiglia preparato in materia.

L'azione può essere proposta dal marito entro un anno dalla nascita del figlio, o dal suo ritorno nel luogo di nascita, se ne era lontano, oppure dal giorno di conoscenza dell’adulterio, o dell’impotenza di generare ovvero dalla scoperta della nascita, ove celata dalla moglie. Anche la madre può proporre l’azione ma fino al sesto mese dopo il parto o dalla conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento. Importante è sottolineare che trascorsi cinque anni dalla nascita del figlio l'azione legale non può più essere esercitata. Inoltre non può essere proposta dal marito che abbia dato il consenso alla fecondazione eterologa della moglie (diversa è l’ipotesi in cui il consenso manchi).

Anche un figlio può richiedere di essere disconosciuto: se non ha superato la maggiore età al suo posto dovrà farlo un curatore speciale, nominato su istanza del minore stesso, se ultraquattordicenne, ovvero del Pubblico Ministero o dell’altro genitore. Per il figlio l’azione non si prescrive.

Il padre naturale, invece, non è legittimato ad agire ma, se interessato, potrebbe inoltrare apposita segnalazione al Pubblico Ministero sollecitandone l’intervento affinché richieda la nomina di un curatore speciale del minore, che provveda ad esercitare l’azione di disconoscimento.

Le prove da portare a corredo della domanda sono il confronto fra i DNA, l’esame del sangue o altri mezzi probatori utili al caso (ad esempio, circa l’impotenza o una lontananza ininterrotta al tempo del concepimento). La prova genetica fornisce certamente, ormai, prova inconfutabile per verificare ogni caso di maternità e paternità, tuttavia occorre tener presente che i recenti orientamenti giurisprudenziali, rispetto ala mera affermazione e prevalenza della verità biologica, ritengono in ogni caso imprescindibile un bilanciamento, in concreto, tra l’interesse del minore all’identità personale legato all’accertamento della verità biologica e l’interesse del minore alla salvaguardia degli affetti e alla stabilità dei rapporti familiari. In altri termini, non è detto che in presenza di prove circa l’assenza di alcun legame biologico tra figlio e marito della madre la domanda di disconoscimento venga accolta.

Raccogliere prove e preparare con cura la documentazione da portare al giudice sono solo alcuni compiti che un avvocato deve eseguire in circostanze così difficili. Tatto, sensibilità e preparazione sono caratteristiche imprescindibili che un legale deve possedere per fiancheggiare il suo cliente in un particolare percorso di questo tipo.                             

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