Bambini, ragazzi stranieri e adozione? Si può o no?

L’adozione è quell’istituto che permette, per dirla in parole semplici, di creare il legame genitori-figlio, anche dal punto di vista giuridico, tra persone estranee che diventano così genitori e figli a tutti gli effetti.

Il quadro base per disciplinare l’accesso all’adozione di un minore è quello dato dalla legge 184/1983 dove si distingue tra adozione nazionale, ipotesi in cui sia i futuri genitori che l’adottato sono italiani o residenti in Italia, e adozione internazionale, vale a dire il caso in cui il minore che si vuole adottare è straniero e residente all’estero e gli aspiranti genitori adottivi, italiani o stranieri, risiedono in Italia.

Vi sono inoltre forme particolari d’adozione come l’adozione in casi particolari (impropriamente nota anche come adozione speciale) o l’adozione di maggiorenni. In questa breve trattazione ci occuperemo dei casi in cui siano (1) la coppia italiana o straniera ma comunque residente in Italia oppure (2) la coppia italiana residente all’estero a voler adottare un bambino straniero. In questo caso, oltre al diritto italiano entra in gioco la Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale firmata all’Aja nel 1993, ratificata dall’Italia con  l. n. 476 del 32 dicembre 1998, che ha sostituito l’intero Capo I del Titolo III della legge 4 maggio 1983, n. 184.

La procedura viene avviata con la richiesta al Tribunale per i Minorenni della dichiarazione di idoneità all’adozione. Tale richiesta andrà inoltrata al Tribunale del luogo di residenza se la coppia risiede in Italia, mentre se i coniugi italiani risiedono all’estero andrà inoltrata al Tribunale dell’ultimo luogo di residenza (o alternativamente a quello di Roma in caso non vi sia mai stata una residenza in Italia). Ottenuto il decreto di idoneità, questo verrà trasmesso anche alla Commissione per le adozioni internazionali, ente della Presidenza del Consiglio deputato a controllare che le adozioni internazionali seguano la procedura conforme alla succitata Convenzione dell’Aja (o eventualmente secondo la procedura prevista dagli accordi tra l’Italia e gli Stati non parte della Convenzione).

Ottenuto il decreto di idoneità gli adottandi dovranno, entro un anno dalla sua comunicazione, conferire incarico ad un ente autorizzato dalla Commissione per le adozioni internazionali ai sensi dell’art. 39 ter, l. 184/1983, liberamente individuato dalla coppia e che si occuperà di fare da tramite tra gli aspiranti genitori adottivi, il minore che si vuole adottare e le autorità del Paese di residenza dell’adottando.

Saranno infatti le autorità di tale Stato ad autorizzare (o meno) l’adozione, trasmettendo la decisione alla Commissione per le adozioni internazionali che, compiute le necessarie valutazioni sulla base degli atti e della documentazione ricevuti, esaminate le conclusioni dell’ente autorizzato, dichiarerà l’adozione rispondente al superiore interesse del minore e darà l’autorizzazione per l’ingresso e la residenza in Italia del minore.

Spetterà al Tribunale per i minorenni dove si è avviata la pratica autorizzare la trascrizione dell’adozione nel registro di stato civile. 
È necessario aggiungere che, a seconda del Paese dell’adottando, potrebbe essere emesso non un provvedimento di adozione ma bensì di affidamento, che verrà equiparato in Italia a quello di affidamento in prova dell’adozione nazionale, per cui il perfezionamento dell’adozione avverrà solo in seguito alla positiva conclusione del periodo di affidamento. 

La maggiore complessità rispetto all’adozione nazionale è data soprattutto dal fatto che vi sono due ordinamenti nazionali che devono dialogare, motivo per cui è di primaria importanza affidarsi ad un avvocato di esperienza, come l’avvocato Sabrina D’Ascenzo, che sappia essere di supporto in un percorso lungo e complesso come l’adozione internazionale.

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