Assegno divorzile chiesto per la prima volta dopo la pronuncia di divorzio

Assegno divorzile chiesto per la prima volta dopo la pronuncia di divorzio : va attribuito e quantificato secondo il composito criterio assistenziale, perequativo, compensativo, con eventuale prevalenza, a date condizioni, della funzione assistenziale.

(Cass. Civ., sez. I., ordinanza n. 5055 del 24 febbraio 2021)

Nella pronuncia in esame la questione sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione riguarda l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno divorzile chiesto per la prima volta nel giudizio di revisione previsto dall’art. 9, L. 898/1970. La Suprema Corte precisa che, anche in questa ipotesi, non bisogna considerare il tenore di vita avuto durante il matrimonio bensì i criteri indicati dalla L. 898/1970, art. 5, comma 6, prima parte, come interpretati dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 18287/2018 ma con alcuni adattamenti dovuti alle caratteristiche del giudizio di revisione, che richiede l’esistenza di circostanze nuove, sopravvenute alla pronuncia di divorzio.

Il fatto. Con decreto del 9 dicembre 2014 il Tribunale di Bari, pronunciando sul ricorso per la revisione delle condizioni di divorzio presentato da V.I.M. nei confronti di C.G., rigettava la domanda formulata dall’ex moglie di attribuzione dell’assegno divorzile, oltre alle domande di aumento del contributo paterno per il mantenimento dei figli minori e di esonero dal pagamento delle spese condominiali.

Con decreto n. 832/2016 dell’8.7.2016 la Corte d’Appello di Bari, nell’accogliere parzialmente il reclamo proposto da V.I.M. avverso il citato provvedimento del Tribunale di Bari, riconosceva all’ex moglie la corresponsione dell’assegno divorzile per l’importo di euro 600,00, oltre all’onere in capo all’ex marito di contribuzione alle spese straordinarie dei figli nella misura del 70 % da corrispondere alla ex moglie.

La Corte d’Appello motivava, al riguardo, evidenziando che a) rispetto all’epoca della separazione e del divorzio era sopravvenuta una disparità reddituale tra i due ex coniugi, poiché gli introiti della ex moglie, avvocato, si erano sensibilmente ridotti mentre la capacità reddituale del marito era sensibilmente più elevata; b) in ragione del sopravvenuto squilibrio riteneva attribuibile un assegno divorzile di euro 600,00 alla ex moglie, giudicato congruo poiché il pregresso tenore di vita dipendeva in buona parte dalla superiore capacità reddituale della reclamante.

Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per cassazione l’ex marito.

La Suprema Corte, dichiarati infondati il primo e secondo motivo di ricorso, con i quali il ricorrente aveva dedotto il vizio di omessa pronuncia da parte della Corte d’Appello riguardo alla domanda di esonero dal pagamento delle spese condominiali e all’eccezione di inammmissibilità per difetto di specificità  dei corrispondenti motivi di reclamo, si sofferma, innanzitutto, sul quarto motivo di ricorso e sulla finalità del giudizio di revisione delle condizioni di divorzio. 

Con il quarto motivo di ricorso il ricorrente denunciava la nullità della pronuncia della Corte d’appello ritenendola in contrasto con il giudicato del precedente decreto del 21.4.2009 con cui la Corte d’appello di Bari aveva accertato l’assenza di miglioramento delle capacità reddituali del ricorrente a seguito della successione ereditaria.  Osserva, al riguardo, il Giudice di legittimità che il citato decreto, peraltro riguardante solo l’ammontare del contributo al mantenimento dei figli, è suscettibile di passare in giudicato ma  (come solitamente sono i provvedimenti resi in ambito familiare) “rebus sic stantibus”, essendo reso sulla base della situazione di fatto esistente in un dato momento  e suscettibile di modifica in caso di circostanze sopravvenute.

In particolare, il giudizio di revisione delle condizioni di divorzio dall’art. 9 l. 898/1970 è volto proprio ad incidere direttamente e immediatamente sulle precedenti statuizioni di ordine economico, determinandone la modifica a condizione che vi siano “giustificati motivi” sopravvenuti. Nel caso in esame, dunque, non vi è stata alcuna violazione del giudicato, come sopra precisato, poiché il Giudice d’Appello ha provveduto ad una comparazione attualizzata dei patrimoni degli ex coniugi e a valutare l’incidenza su questa di circostanze nuove e sopravvenute.

Con il terzo motivo di ricorso, il ricorrente deduceva la violazione del principio di auto-responsabilità, poiché, a suo giudizio, la Corte d’Appello, nel riconoscere l’assegno divorzile alla ex moglie, non aveva tenuto conto del contributo personale ed economico dato alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascun coniuge e di quello comune, in relazione alla durata del matrimonio, essendo detto assegno destinato ad evitare al coniuge beneficiario un deterioramento del tenore di vita causato dallo scioglimento del vincolo coniugale.

Nel dichiarare fondato il citato motivo di ricorso, la Suprema Corte da conto, innanzitutto, dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui l’assegno divorzile non chiesto in sede di divorzio può essere richiesto successivamente, con il giudizio di revisione previsto dall’art. 9, L. div..

Richiama, quindi, i principi sanciti dalle Sezioni Unite nella pronuncia n. 18287/2018 per ribadire la triplice  funzione assistenziale, perequativa e compensativa dell’assegno divorzile, che, a differenza dell’assegno di mantenimento in sede di separazione, non è finalizzato alla ricostituzione del tenore di vita durante il matrimonio né al conseguimento dell’autosufficienza sulla base di un parametro astratto ma al raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo e al ruolo  fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate.

Osserva, quindi, la Corte che ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile è necessario in primo luogo verificare che ci sia il prerequisito dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante (intesa come sproporzione economica di non modesta entità tra i coniugi) e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Tale prerequisito, tuttavia, non è di per sé solo fattore primario per l’attribuzione dell’assegno divorzile poiché, ai fini sia della sua attribuzione che della sua quantificazione, in virtù della sua funzione perequativo-compensativa occorrerà tener conto della storia coniugale e familiare e, dunque, del contributo fornito dal richiedente l’assegno alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

Fatta questa premessa, la Suprema Corte si preoccupa di adattare i sopra esposti principi all’ipotesi in cui l’assegno divorzile, come nel caso specifico sottoposto al suo esame, sia chiesto per la prima volta dopo il giudizio di divorzio.

Al riguardo, il Giudice di legittimità osserva che quando lo squilibrio tra le condizioni economiche delle parti è sopravvenuto, occorrerà innanzitutto, facendo applicazione dei principi sopra riportati, accertare se vi sia correlazione tra il prerequisito dato dalla sopravvenuta notevole disparità economica tra le parti e il ruolo svolto all’interno della famiglia dal coniuge richiedente l’assegno e i sacrifici professionali conseguenti.

Tuttavia, il lasso di tempo intercorso tra lo scioglimento del matrimonio e la sopravvenuta sproporzione reddituale tra le parti oltre alle altre eventuali circostanze dello specifico caso concreto potrebbero non rendere possibile tale accertamento, e, dunque, l’individuazione della componente compensativa-perequativa dell’assegno divorzile.

La Suprema Corte, quindi, richiama e fa propri i precedenti approdi giurisprudenziali, espressi in tema di riconoscimento dell’assegno divorzile contestualmente alla pronuncia di divorzio, che, in ossequio ai principi solidaristici di derivazione costituzionale,  riconoscono, di fronte ad una accertata disparità economica tra le parti e ad una accertata non autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno, la possibilità di fondare l’assegno divorzile in via esclusiva o prevalente sul solo criterio assistenziale, senza valutare, o anche laddove non si possa valutare, il profilo perequativo o compensativo (cfr Cass. n. 18681/2020; Cass. 24934; Cass. n. 10084/2019).

Declinando la funzione assistenziale in sede di giudizio di revisione delle condizioni di divorzio, afferma la Corte che l’assegno divorzile, chiesto per la prima volta nel giudizio ex art. 9 L. div., può essere riconosciuto a condizione che:

  1. sussista un sopravvenuto squilibrio economico tra le parti;
  2. la sopraggiunta inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante sia conseguente alle pregresse dinamiche familiari;
  3. qualora, invece, tale collegamento non sia riscontrato o riscontrabile, ferma la necessità dell’accertamento di una sopravvenuta disparità economica tra gli ex coniugi, l’assegno divorzile potrà essere riconosciuto a condizione che:
  1. l’istante sia privo di autosufficienza economica e non più in grado di provvedere al proprio mantenimento;
  2. l’istante non possa avere strumenti alternativi di tutela, per assenza di soggetti a ciò legalmente dovuti o di forme di sostegno pubblico;
  3. l’ex coniuge onerando sia in grado di sostenere l’esborso richiesto;
  4. l’ex coniuge al quale è richiesto l’assegno abbia in passato ricevuto o goduto di apporti significativi da parte dell’ex coniuge richiedente.

In tale caso la quantificazione dell’assegno divorzile andrà effettuata in base ai principi di cui all’art. 438 c.c., che concerne l’obbligo alimentare, e, dunque, l’assegno divorzile non potrà superare quanto necessario per la vita del richiedente, salvi, precisa la Corte, gli opportuni adattamenti a seconda della maggiore o minore importanza degli apporti ricevuti o goduti dal coniuge onerando.   

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