Separazione coniugi: l’abbandono del tetto coniugale prima del deposito della domanda di separazione è causa di addebito

Separazione coniugi: l’abbandono del tetto coniugale prima del deposito della domanda di separazione è causa di addebito 

(Cass. Civ., sez. I, ordinanza n. 11792 del 5 maggio 2021)

In questa pronuncia la Suprema Corte torna sulla questione delle condizioni per la configurabilità dell’addebito della separazione in caso di abbandono della causa coniugale e precisa che, mentre  il previo deposito della domanda giudiziale di separazione, annullamento o divorzio costituisce, ex art. 146, comma 1, c.c., giusta causa di allontanamento dalla residenza coniugale, l’abbandono del tetto coniugale prima del deposito delle domande sopra indicate integra violazione dei doveri coniugali ed è di per sé causa sufficiente per l’addebito della separazione, salvo che non sia provato che è stato determinato dalla condotta dell’altro coniuge o che è avvenuto quando la convivenza era già intollerabile.

Il fatto. Con sentenza 1969/2014 il Tribunale di Pistoia pronunciava la separazione giudiziale tra AG e CV, rigettando le reciproche domande di addebito e affidava i figli minori ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre e assegno di mantenimento a carico del CV, rispettivamente di euro 800,00 a favore della moglie e euro 700,00 per ciascun figlio minore.

Tale pronuncia era impugnata in appello da AG in via principale e da CV in via incidentale e la Corte d’Appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza impugnata, riduceva ad euro 700,00 l’assegno di mantenimento in favore della moglie e ad euro 600,00 l’assegno di mantenimento per ciascun figlio.

Avverso tale la sentenza AG proponeva ricorso per cassazione, affidandolo a tre motivi:

  • con il primo motivo AG si doleva del rigetto della domanda di addebito della separazione, nonostante l’abbandono del tetto coniugale, avvenuto “dall’oggi al domani” senza previa domanda giudiziale; 
  • con il secondo motivo di ricorso lamentava che il Giudice d’Appello avesse posto a suo carico l’onere della prova dell’adulterio, dell’abbandono della casa coniugale, dell’ostentazione della nuova relazione;
  • con il terzo motivo di ricorso denunciava la violazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. per l’omesso esame delle osservazioni critiche alla CTU formulate dall’appellante.

Il giudice di legittimità, nel ritenere fondato  il primo motivo di ricorso, ripercorre innanzitutto l’iter logico seguito dalla Corte fiorentina, la quale, rilevato che l’abbandono del tetto coniugale era avvenuto dopo pochi giorni dalla confessione del CV alla moglie di avere un interesse sentimentale per un’altra donna, aveva escluso la configurabilità dell’addebito poiché si doveva presumere che nel momento in cui l’uomo lasciava la casa coniugale il rapporto coniugale  fosse già in crisi a causa della precedente esternazione da parte del CV di essersi innamorato di un’altra donna.

Secondo la Suprema Corte tale affermazione si pone in contrasto con gli articoli 146, comma 1, c.c. e 151 c.c.

Innanzitutto, osserva la Corte, l’abbandono del tetto coniugale prima del deposito di una delle domande giudiziali di cui al comma 1 dell’art. 146 c.c. rappresenta violazione dei doveri coniugali e, poiché comporta l’impossibilità della convivenza, è causa di per sé sufficiente di addebito, a meno  che l’autore dell’abbandono non provi che esso è stato determinato dalla condotta dell’altro coniuge oppure è avvenuto quando il rapporto coniugale era già in crisi.

Inoltre, se è pur vero che tale prova può essere data anche per presunzioni, precisa la Corte, occorre tenere ben distinta la presunzione dalla semplice congettura.

La presunzione è un ragionamento di tipo induttivo che consiste nel risalire da un fatto noto a un fatto ignorato, e, se i fatti noti sono più di uno, devono essere precisi, gravi e concordanti. Essa deve essere desunta da fatti certi sulla base di massime di esperienza o dell’id quod plerumque accidit, non da dati meramente ipotetici.

La congettura è una supposizione che si ricava da fatti incerti in via di semplice ipotesi.

Il ragionamento della Corte d’Appello muove non da una presunzione bensì da una semplice congettura, non è fondata su un fatto certo, idoneo a comprovare che l’abbandono del tetto coniugale fosse stato determinato dal comportamento della moglie anche in reazione alla confessione del marito o dalla sussistenza di una frattura già in atto. Tanto più ove si consideri che con la confessione il marito si era limitato a affermare di nutrire un sentimento affettivo verso un’altra donna e non aveva ammesso l’esistenza di una relazione coniugale già in atto.

La Corte di Cassazione accoglie, dunque, il primo motivo di ricorso, dichiarando assorbito il secondo e inammissibile il terzo, non essendo riconducibile l’omessa valutazione di deduzioni e allegazioni difensive nel vizio di cui all’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., e cassa la pronuncia impugnata in relazione al motivo accolto, rinviando alla Corte d’Appello di Firenze.

La pronuncia in esame conferma il costante orientamento del giudice di legittimità e segue di alcuni mesi Cass. civ. n. 1785 del 28.1.2021, che, pronunciando su ricorso promosso da coniuge al quale era stata addebitata la separazione, nel richiamare i precedenti approdi giurisprudenziali ha ribadito che per la pronuncia di addebito nella separazione è necessaria non solo la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio, ai sensi dell’art. 143 c.c., ma anche l’esistenza di uno stretto rapporto di causalità tra tale violazione e l’elemento della intollerabilità della convivenza. In particolare, secondo la Corte la distribuzione dell’onere della prova vuole che la parte che richiede l’addebito deve provare l’allontanamento dal domicilio coniugale dell’altra e questa, per evitare l’addebito, deve provare che l’allontanamento sia dovuto alla già intervenuta intollerabilità della convivenza oppure a giusta causa, quale la condotta negativa dell’altro coniuge o un accordo tra i coniugi volto a dar vita a una separazione di fatto.

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