Assegnazione casa coniugale: va revocata se il figlio maggiorenne non è più convivente (Cass. Civ., sentenza n. 16134 del 17 giugno 2019)

In questa pronuncia la Suprema Corte esamina la questione concernente i presupposti necessari perché si consideri sussistente la convivenza tra genitore assegnatario dell’abitazione coniugale e  figlio, con riferimento al diritto abitativo sulla casa familiare, nell’ipotesi di allontanamento del figlio per motivi di studio o di lavoro.

L’art. 337-sexies c.c., infatti, prevede che il diritto di godimento della casa familiare vada attribuito al genitore, ancorché non proprietario della stessa, tenendo conto dell’interesse della prole,  dunque, al genitore con il quale i figli vivranno in via prevalente e sempre purché corrisponda all’interesse dei figli stessi rimanere nell’abitazione familiare.

Il diritto all’assegnazione della casa familiare viene meno nel caso in cui l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa coniugale o conviva more uxorio o contragga un nuovo matrimonio ovvero, ed è questo l’aspetto sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione, cessi la convivenza con i figli.  

Il fatto. Con decreto del 25.9.2017 n. 2289 la Corte d’Appello di Roma ha accolto il reclamo proposto da C.S. contro la sentenza con cui il Tribunale di Roma ha rigettato la domanda di revoca dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie divorziata S.L.. Secondo la Corte d’Appello, contrariamente al Tribunale, l’organizzazione di vita della figlia doveva far ritenere reciso il legame con la casa familiare, con conseguenze caducazione del relativo diritto della madre all’assegnazione. Avverso il decreto della Corte d’Appello S.L. ha proposto ricorso per cassazione, rappresentando, anche, l’esistenza di un contrasto tra sezioni della Corte di Cassazione circa la nozione di “convivenza” tra genitore assegnatario e, in conseguenza, l’opportunità di rimettere gli atti al Primo Presidente della Corte per valutare la possibilità di assegnazione alle Sezioni Unite.

Il giudice di legittimità affronta, dapprima, la questione della rimessione al Primo Presidente, per escluderla, rilevando come la Corte d’Appello di Roma abbia fondato la propria decisione non già sulla nozione di convivenza quanto su un altro aspetto, ovvero la consapevole e volontaria decisione della figlia di trasferirsi non solo per ragioni di studio ma anche per instaurare una comunanza di vita con il fidanzato ovvero, dunque, di recidere il legame con la casa familiare.

Ritenendo comunque necessario soffermarsi anche sulla problematica della nozione di coabitazione utile al fine dell’art. 337 sexies c.c., la Suprema Corte richiama, al riguardo, l’orientamento della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, indicando, come decisivo, il criterio della regolarità del ritorno unitamente al criterio della prevalenza temporale della presenza del figlio presso l’abitazione familiare rispetto ai periodi di lontananza in rapporto alla stessa unità di tempo (anno, semestre, mese).

In particolare, osserva la Suprema Corte che “non può affermarsi la convivenza del figlio che, in una data unità temporale particolarmente estesa, risulti obiettivamente assente da casa, sia pure per esigenze lavorative o di studio, e ciò sebbene vi ritorni regolarmente appena possibile ”.

Ciò in quanto “la nozione di convivenza rilevante ai fini dell’assegnazione della casa familiare ex art. 337 – sexies c.c. comporta la stabile dimora del figlio maggiorenne presso la stessa, sia pure con eventuali sporadici allontanamenti per brevi periodi e con esclusione, quindi, dell’ipotesi di rarità dei ritorni, ancorché regolari, configurandosi, in tal caso, invece, un rapporto di mera ospitalità; deve pertanto sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, caratterizzato da coabitazione che, ancorché non quotidiana, sia compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purché vi faccia ritorno appena possibile e l’effettiva presenza sia temporalmente prevalente in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)”.

Il Giudice di legittimità, dunque, ha ritenuto condivisibile la pronuncia della Corte d’Appello di Roma, giudicata coerente anche con il criterio della prevalenza temporale, tenuto conto, nella specie, dell’accertato rientro della figlia, iscritta all’università in altra città, nell’abitazione del genitore divorziato solo per pochi giorni durante le vacanze natalizie, pasquali ed estive.

Le sentenza esaminata mostra di dar seguito al prevalente orientamento giurisprudenziale (cfr Cass. civ. 6 maggio 2019, n. 11844) al quale si contrappone una precedente diversa corrente giurisprudenziale, secondo la quale la presenza saltuaria del figlio presso la casa familiare non escludeva la convivenza con il genitore assegnatario della stessa, e, in particolare “a differenza del rapporto coniugale, connotato di regola da una quotidiana coabitazione e dalla unicità di interessi familiari, quello di filiazione può essere più spesso caratterizzato, in presenza di peculiari e personali interessi del figlio, specie se maggiorenne, da una sua presenza solo saltuaria per la necessità di assentarsi con frequenza per motivi di studio o di lavoro anche per brevi periodi.

Ma anche in tale ipotesi non può ritenersi che sia venuto meno il requisito della coabitazione, sussistendo pur sempre un collegamento stabile con l’abitazione del genitore allorché il figlio vi ritorni ogniqualvolta gli impegni glielo consentano, collegamento che costituisce un sufficiente elemento per ritenere non interrotto il rapporto che lo lega alla casa nella quale era prima  vissuto quotidianamente e concreta la possibilità per tale genitore di provvedere, sia pure con modalità diverse, alle sue esigenze” (Cass. Civ. 27 maggio 2005, n. 11320).

 

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